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Infanticidio in condizioni di abbandono morale e materiale


L'art. 578 c.p. prevede e punisce l'uccisione del feto o del neonato, immediatamente dopo il parto, da parte della madre che si sia trovata in condizioni di abbandono morale e materiale.

La pena è della reclusione da 4 a 12 anni: è evidente che sia inferiore a quella prevista per l'omicidio.

E' altrettanto evidente che la ragione di una simile differenza è da ricercarsi nelle condizioni poste dall'art. 578 c.p. per l'integrazione del reato.

Perchè si ricada in detta ipotesi, e non in quella di cui all'art. 575 c.p., è infatti necessario che a tenere la condotta sia la madre, che la vittima sia il feto (se durante il parto) o il neonato, purchè immediatamente dopo, ma non solo: occorre che la madre si sia trovata in una condizione di abbandono morale e materiale.

In caso di mancanza di anche solo uno di questi requisiti, si configura il reato di omicidio.

Invero, la condizione più difficile da individuare è lo stato di abbandono morale e materiale.

La giurisprudenza ha infatti chiarito (ex pluribus 7 ottobre 2010, n. 40993) la nozione di abbandono morale e materiale richiesta per l'integrazione del reato.

E', invero, incontestato che le condizioni di abbandono materiale e morale debbono sussistere congiuntamente ed oggettivamente; e che, inoltre, debbono essere connesse al parto, nel senso che, in conseguenza della loro oggettiva esistenza, la madre ritenga di non potere assicurare la sopravvivenza del neonato o la nascita del feto.

Ma cosa significano?

La Suprema Corte afferma che l’abbandono “morale e materiale” costituisce un requisito della fattispecie oggettiva da leggere “in chiave soggettiva”: la concreta situazione di abbandono, pur rappresentando un dato concreto che deve effettivamente sussistere, non deve rivestire carattere di assolutezza; è invece sufficiente la percezione di totale abbandono avvertita dalla donna nell’ambito di una complessa esperienza emotiva e mentale quale quella che accompagna la gravidanza e poi il parto.



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